Pedagogia musicale o scienza della diffamazione?

Pedagogia musicale o scienza della diffamazione?

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Pedagogia musicale o scienza della diffamazione?

[di Dania Tchalik]

Un video che pretende di “decostruire” il discorso della “reazione” del mio intervento – e per estensione tutti i contributi alla “conferenza della vergogna” (sic) tenutosi il 7 e 8 gennaio alla Sorbona – circola da ieri su Youtube e sui social network.

Non tornerò sulle accuse di zemmourismo musicale (esiste uno zemmourismo coreografico o pittorico?) e di sessismo contro una critica, portata avanti in nome dell'uguaglianza di genere, della lettura neofemminista, separatista e identitaria, della storia della musica . Non insisterò sulla volgarità del tono e della presentazione, sulle tecniche di manipolazione specifiche del genere del video debunking che sollecita l’emozione e rinuncia ad andare alla fonte, o agli innumerevoli equivoci dovuti alla cecità ideologica e all’incapacità – sempre più sorprendente quando prevedibile – di percepire il secondo grado. No, non sto criticando il pensiero di sinistra in sé, ma ciò che troppo spesso è diventato: una posizione collegato, morale e ipocrita che giustifica ogni regressione. No, il Wokismo è indubbiamente meno un pericolo imminente per la civiltà occidentale (maiuscolo richiesto) che uno strumento per conformare le coscienze e un acceleratore di carriera, e il suo registro espressivo è più comico che tragico – almeno, finché non è al potere. . 

Nel complesso, non potrò ringraziare abbastanza l'autore. guerriero della giustizia sociale più grande della vita, di aver confermato – sicuramente a sua insaputa – tutti i miei ragionamenti. I rari passaggi che toccano questioni fondamentali mi offrono tuttavia l'occasione di richiamare alcuni principi della libera educazione artistica.

1. Non può esserci altra “compensazione” per il finanziamento dei conservatori se non la qualità dell'istruzione fornita. Nessuno schéma orientamento nazionale, nessuno carta dell’uguaglianza, no progetto scolastico… insomma, nessuna ingiunzione politica estranea alla logica delle rispettive discipline può influenzare il contenuto dell’insegnamento e giustificare un allontanamento dalla neutralità del funzionario pubblico nell’esercizio delle sue funzioni. Ecco perché è preferibile che il controllo di queste istituzioni e del loro personale sia nazionale, il che ne garantirebbe la sostenibilità (si pensi allo smantellamento in corso delle scuole di musica in Blaye e di Wissemburgo) e che gli artisti vi abbiano un ruolo importante: spetta all'amministrazione mettersi al servizio dell'arte e non viceversa.

2. L'artista impegnato, se possibile di propria iniziativa piuttosto che sotto pressione sociale e istituzionale, è quello che fa affidamento sulla sua arte per giustificare il suo impegno, piuttosto che quello che fa affidamento sul suo impegno per giustificare la sua arte.

3. La democratizzazione della musica consiste nel facilitare l’accesso materiale all’educazione artistica senza modularne la natura secondo criteri etnici o sociali, e nel garantire la giustizia sociale e l’uguaglianza di genere, hic e nunc. Non consiste in una denuncia stereotipata della “cultura borghese” di cui nessuno si lascia più ingannare, né nella vittimizzazione di categorie della popolazione a loro insaputa, e ancor meno in una vana riscrittura della storia volta a rimediare agli errori. discriminazioni avvenute in passato. 

4. Una scuola che emancipa l'individuo deve avere una dimensione conservatrice (Arendt) ed essere al riparo dal rumore della società che la circonda: è a questo prezzo che riesce ad anticipare le doxas del suo tempo, gli apporti della passato fecondando le promesse del futuro. Al contrario, una scuola che ha fretta di adattarsi ai “movimenti della società” e idolatra il presente si presenta come una fabbrica di conformismo e come tale è falsamente progressista e autenticamente conservatrice. 

5. Ne dedurremo sul piano politico che il wokismo, cioè la relativizzazione, ovvero la messa in discussione sistematica dei quadri sociali e culturali e dei criteri di giudizio del senso comune in nome dei diritti delle minoranze, non emancipa l'individuo ma sul piano politico al contrario, lo imprigiona in una camicia di forza statistica disconnessa dalla realtà. Costituisce quindi la controparte della governance basata sui numeri applicata all’economia, prima nel quadro del comunismo reale (in URSS si praticava anche la discriminazione positiva), e ora nel quadro tecno-liberale. Lo stesso vale per il pedagogismo che bandisce la ricchezza dei contenuti disciplinari a favore di una gestione di massa flusso e di riserve attraverso procedure standardizzate e gestione dei comportamenti nascosti. Una critica coerente a questi eccessi non è in alcun modo specifica dell’estrema destra ma costituisce il filo conduttore del pensiero repubblicano, preoccupato di preservare un quadro comune e una garanzia di effettiva considerazione degli interessi di tutti, soprattutto dei più deboli. 

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