Come altre istituzioni del mondo dell'arte, le scuole d'arte e, in primo luogo, l'Ecole Nationale Supérieure des Beaux-Arts di Parigi, le fondazioni che sostengono l'arte contemporanea come la Fondazione Cartier, Lafayette Anticipations o la Fondazione Daniel e Nina Carasso o anche i musei nazionali come il Centre Georges Pompidou o il Museo d'Orsay, l'Accademia di Francia a Roma è da diversi anni sempre più aperta alle "questioni contemporanee" che dovrebbero informare anche le pratiche artistiche. Ciò partecipa così, di fatto, ad un movimento di istituzionalizzazione e normalizzazione di correnti di pensiero che si pretendono avanguardistiche ed emancipatorie e che procedono, in generale, da una critica ossessiva dei fenomeni di “dominio” e dei “sistemi di norme”. così come il sostegno alla causa delle loro vittime – e non importa che queste ultime siano talvolta più immaginarie che reali.
Sacrificandosi così allo spirito dei tempi - o, a seconda, a un'ideologia divenuta dominante alla quale sarebbe opportuno conformarsi, direbbero le malelingue - l'Accademia di Francia a Roma sembra oggi avvantaggiarsi spesso, nella sua processo di selezione, a progetti che si permettono di mettere in discussione le norme di genere (e in particolare l'"eteropatriarcato"), una critica al razzismo (designato come "sistemico" o inerente a tutte le istituzioni delle società occidentali, mentre l'antisemitismo rimane, in questi approcci, e non sorprende, come un punto cieco) o addirittura una critica, sullo sfondo di una crisi ecologica globale investita di una dimensione apocalittica, del capitalismo “estrattivo” e “estrattivo” neo-liberale.
È anche importante ricordare che la critica “decoloniale” si era fatta spazio, in pompa magna, in questa istituzione, nel 2020, quando i residenti ci chiesero di rimuovere, nel grande salone di Villa Medici, otto arazzi che formavano un arazzo, realizzato nel 1687 dalla manifattura Gobelins e raffigurante “le Indie Occidentali” (vale a dire Brasile) perché avrebbero dovuto, per loro stessa ragione, testimoniare le rappresentazioni prodotte da una “immaginazione coloniale” ormai intollerabile.
Tranne quando, almeno per il momento (perché nulla sfuggirà a queste nuove imprese di decostruzione fino al momento in cui, forse, non introdurremo una "decostruzione nella decostruzione"), storici dell'arte, musicisti o restauratori di opere d'arte, di cui è richiesta soprattutto una certa padronanza tecnica, la presa in considerazione di tali criteri, nell'esame dei percorsi artistici già compiuti e dei progetti presentati dai diversi candidati, sembra aver comportato, in questa preoccupazione di apertura, una sempre maggiore selezione marcata di progetti di artisti provenienti dal "Sud del mondo" o dall'"immigrazione post-coloniale" o che dichiarano di appartenere a minoranze sessuali ("transgender", "non binarie" "queer ").
Ad esempio, sono stati selezionati come residenti nel 2023-2024:
– l’artista senegalese Hamedine Kane il cui “lavoro si interessa all’esilio, all’erranza, al patrimonio e alla consapevolezza che nasce dalle esperienze politiche post-indipendenza di alcuni paesi africani, ne interroga la storia recente, in particolare quella del Senegal, e ne dà conto i suoi sconvolgimenti e le sue aspirazioni attorno alle nozioni di afro-nostalgia e afro-utopia" e di cui è stato inoltre specificato che "è interessato anche all'influenza della letteratura africana, afroamericana e afrodiasporica sugli impegni politici, sociali e ambientali ”; realizzò a Roma "un progetto di ricerca attorno a tre grandi scrittori neri americani esiliati a Parigi nella seconda metà degli anni Quaranta: Richard Wright, Chester Himes e James Baldwin", che mirava a promuovere "le storie del romanzo chiamato "di protesta" specifico dei tre scrittori, attento all'esperienza della violenza vissuta e subita e al rifiuto della designazione che si esprimono nelle loro opere”;
– l’artista franco-canadese Kapwani Kiwanga il cui “progetto performativo che affronta il tema della tossicità e prende come àncora la storia di Roma, dell’Italia e oltre” si è espresso nei seguenti termini: “Le terre tossiche o contaminate possono essere guarite, così come le nostre abitudini tossiche possono essere modificate per essere più sane. Alcuni veleni hanno degli antidoti: qui entra in gioco una doppia forza. Uno che espone le strutture e le ragioni per cui ci avveleniamo; ma anche i gesti e le forme che ci permettono di riappropriarci e forse di porre rimedio al nostro mondo tossico”; questo progetto aveva l'obiettivo, sotto l'imperativo di ideare gesti artistici emblematici di "strategie di uscita" (...), "di immaginare il futuro in modo diverso" avendo, in questo caso, il "desiderio di mettere a nudo la tossicità ambientale che caratterizza nostra realtà attuale ma anche altre forme di tossicità sociale e strutturale”.
Allo stesso modo, e sempre a titolo esemplificativo, sono stati selezionati come residenti nel 2022-2023:
– Il ballerino e coreografo francese” queer " Lasseindra Ninja il cui “lavoro si basa su vettori panafricani e transatlantici all'interno di una riflessione contemporanea sulla storia dei corpi, le tracce e le reminiscenze delle esperienze di danza collettive” e il cui progetto si ispira “alla cultura Sala da ballo » aveva per oggetto «la nozione di fair play in quanto mette in discussione e critica la facoltà di giudicare dentro e fuori il paradigma comunitario, palinsesto di esperienza critica trasformativa e performativa”;
– L’artista visivo senegalese Bocar Niang, “nato griot da una famiglia di griot”, il cui progetto a Roma era “in due parti: da un lato, la produzione di racconti e performance orali/sonore volte a sviluppare le storie degli oggetti , lavori e rafforzamento dei legami tra individui, mobilità, e i loro contesti e territori” attraverso “letture multilingue”, “podcast”, “declamazioni di scritti e la realizzazione di opere sonore sulle collezioni, i paesaggi o le leggende di Villa Medici e della città di Roma » » ; e, “dall'altro, la realizzazione di una serie di sculture intitolate calcio, composto da 44 disegni e modelli di individui, i cui personaggi provengono da diversi paesi del mondo.
La selezione dei residenti per il 2024-2025 non si è discostata, anzi, da una politica che soddisfa ampiamente i criteri sopra menzionati; il comunicato stampa che lo annuncia indica quindi che l'Accademia ha selezionato quest'anno due candidati non binari rispetto a uno solo dell'anno precedente - questo senza dubbio ma soggetto a conferma da parte degli interessati, dell'artista visivo francese Clovis (al secolo Chloé ) Maillet, autore di un saggio dal titolo Fluidi di genere: da Giovanna d'Arco ai santi trans (Parigi, 2020) e il cui progetto, relativo alle arti visive, invita a pensare “a partire da un lutto specifico (la morte di una madre schiacciata dall’antifemminismo (…)) una condizione storica (quella delle donne e delle minoranze di genere che pensano alla violenza e convivono con i morti)", e il regista francese Jérôme Clément-Wilz il cui progetto di sceneggiatura si interroga, a partire dalla figura di San Paolo, su cosa "sarebbe un cristianesimo strano, lavorato dalla fluidità di genere e dal desiderio di emancipazione”.
E perché no, del resto, vorremmo poter scrivere, ferma restando la qualità dei progetti artistici da realizzare e la loro effettiva realizzazione, per non aprirci ad una diversità di "proposte artistiche" che riflettono una diversità di esperienze di il mondo o i mondi – o anche i “mondi posteriori”? I tentativi di giustificare teoricamente i progetti in questione tendono purtroppo a tingere di scetticismo la benevolenza con cui vorremmo poterli considerare. E ogni gentilezza dovrebbe però trovare un limite con la selezione, per quest'anno 2024-2025, e in ambito letterario, di Louisa Yousfi.
Inizialmente esitiamo, dopo aver letto il piccolissimo e unico libro pubblicato da Louisa Yousfi, Rimani barbaro (Parigi, 2022), per designarla come “scrittrice”, sebbene da allora abbia fornito materiale di lettura e in un'opera collettiva (Contro la letteratura politica, Parigi, 2024) una breve poesia ispirata a L'Iliade dove gli antichi eroi che trovarono “una bella morte” nobilitano i giovani dei quartieri vittime di una “polizia che uccide”; siamo ancora più restii a qualificarla come "francese" (scrittrice) dato che ha lavorato tanto, guardando all'Algeria da cui provengono i suoi genitori e rammaricandosi di dover scrivere in una lingua, il francese, che non sarebbe la sua - anche se lei non conosce, per sua stessa ammissione, l'arabo in nessuna delle sue varianti - rifiutare questa appartenenza nazionale per desiderio di "rimanere barbaro" (o più precisamente quindi, nel suo caso particolare, di ridiventare tale) che, tuttavia, ci tiene lontani da Arthur Rimbaud quando scrisse “Mauvais sang”.
Le Vocabolario europeo delle filosofie (Parigi, 2004), alla voce “Tradurre”, ci ricorda che in greco antico, “ Barbarizein, (…) onomatopea del genere del nostro “blabate” (…), designa una congiunzione di tratti linguistici, antropologici e politici che fanno del “barbaro” un eterosessuali, un completamente altro da sé, incomprensibile e di cui l'umanità stessa può interrogarsi", definizione che la nostra autrice, se fosse veramente interessata al mondo antico, potrebbe volentieri fare propria poiché concordante con le sue descrizioni e analisi del mondo contemporaneo . Ma potrebbe anche sottoscrivere quanto si legge lì successivamente: non importa se siamo “barbari” per natura o per cultura, “(…) la questione è in definitiva politica: barbari sono coloro che sostengono, anzi invocano, il dispotismo” – che domina, ricordiamolo, in molti Stati del “Sud del mondo”?
Il progetto presentato dall'autore, citato nell'ultimo testo di Rimani barbaro, vorrebbe essere “dedicato alla scrittura di un'opera di narrativa basata su una famiglia franco-algerina colpita dalla morte del padre, una storia che l'autore si impegnerà a mettere in contatto con altre tradizioni di scrittura oltre alla forma di testimonianza o il documento d'archivio e in un linguaggio portato da un sincretismo radicale. Si parlerà in particolare di racconti perduti, eredità segreta, biologia spirituale, telepatia intergenerazionale tra un popolo di fantasmi indigeni e i loro discendenti impegnati in una serie di “fatiche erculee” da svolgere in un mondo sempre più ostile. Ma leggere Rimani barbaro, da lei stessa autorizzata a presentare la propria candidatura all'Accademia di Francia a Roma, lascia qualche dubbio sulla reale possibilità per l'autrice di portare a termine il troppo ambizioso progetto di prova da lei sottoposto alla deliberazione della giuria. Si tratta infatti soltanto di un misero pamphlet, confuso e indegno, il cui scopo, come testimonia il testo che lo introduce in maniera programmatica ("Una specie di barbarie"), è quello di denunciare quella che potremmo designare come “una politica letteraria decoloniale”. ” dedotto dalla retorica del movimento indigeno, razzista e separatista a cui l'autore rivendica. E non manca di ricordare, inoltre, che "i decoloniali, questi pretesi barbari, vogliono ricostruire la razza, ma questa volta a loro favore" e che l'universo di questi, quando si fanno sentire, con l'esempio, attraverso il voce dei rapper del PNL (alla cui “opera” è dedicato uno dei testi dell'opera, “Niqués pour la vie”), è comprensibile solo “per appartenenza al gruppo, appartenenza a sangue '.
Per strategia, Rimani barbaro intende sovvertire il linguaggio del nemico — cioè. il colonizzatore francese bianco, che rappresenta un presunto “impero” continuato con “pretese di civilizzazione” – e questo in due fasi: questa lingua deve prima essere appropriata prima di essere degradata per essere rivolta contro detto nemico; Liberandoci da essa, si tratta anche di liberarci dalla “cultura legittima”, intesa come strumento di “dominio” o di “acculturazione” del presunto “barbaro” (o “razzializzato”) che tuttavia si sforza, e in un gesto di “resistenza”, per rimanere sempre “inassimilabili”. La “barbarie” in questione, Stato da preservare o da riscoprire, designa così questo luogo “inappropriabile” e “desolato” da cui il “barbaro” può rifiutare ogni appartenenza alla Repubblica, alla Nazione che essa produce, alla propria lingua e cultura, descritte come strumenti di violenza alienante – e imposte dalla “borghesia bianca”.
Tuttavia, in questo caso, Rimani barbaro, ispirato da un'ideologia davvero delirante, non interessa minimamente. L'opera è così povera e così confusa sul piano teorico che non si può evitare di chiedersi se l'autrice sottoscrive ciò che scrive e se ha letto e letto bene gli autori “rivoluzionari” che cita o ai quali allude più discretamente. Inoltre, il “linguaggio del nemico” non è, semplicemente per la mancanza di talento dell'autore, sufficientemente adeguato per essere sufficientemente degradato, secondo il disegno sovversivo che si propone di realizzare; ed è proprio questo che finisce per squalificare un testo che, in verità, non è né fatto né da fare.
Louisa Yousfi è membro del Partito dei Popoli Indigeni delle Repubbliche (PIR), ai cui fondatori dice "ogni dovere" e pretende, come "gesto politico ed etico", di offrire ai "senza voce" o "senza nome" » di “immigrazione postcoloniale” una grande forma epica che oppone a una piccola forma che sarebbe il romanzo di ispirazione sociologica ordinato ai “razzializzati”, a scopo di “chiarimento” e di “normalizzazione”, dalla “borghesia bianca” ”. Si dimostra infatti incapace di denunciare, come ha fatto la spesso citata Kateb Yacine, o, in un altro registro, Jean Genet, una vera "politica della prosa" attraverso la quale avere la possibilità di sovvertire con forza il linguaggio di questa "presunta civiltà" nemico che crede di dover indicare per accusarlo. È vero che utilizzare come fonte di ispirazione le “opere” dei rapper, archetipi, secondo l'autore, di “barbari”, difficilmente lo aiuta a essere all'altezza della sua ambizione.
Quando si tratta di epica o di lavoro linguistico, non è forse da Pierre Guyotat – uno scrittore che lei ignora, come altri potenziali alleati – che avrebbe dovuto prendere ispirazione per cercare di diventare o “rimanere barbara” di nuovo? Troviamo in quest'opera una doppia sfida, sia di ordine sociale che di ordine linguistico, che, avendo origine nella guerra d'Algeria, portò all'invenzione di una nuova lingua e di una forma epica adeguata alla sua estensione e capace di assicurare il suo dispiegamento infinito. Louisa Yousfi avrebbe potuto chiaramente adottare un progetto del genere, forte del suo desiderio di circoscrivere e investire attraverso la scrittura il sito della “barbarie” che lei sostiene; ma, traviata da un'ideologia delirante e confusamente appropriata, avendo probabilmente letto poco, essendo stata in realtà solo oggetto di un impoverimento storico di esperienze ma adorando, non a caso, il rumore e l'oscenità dei rapper, non smette di allontanarsi da ciò che, in effetti, è già stato realizzato da un importante scrittore. Perché dentro Rimani barbaro in definitiva, non possiamo nemmeno osservare distintamente né un incidente del pensiero né un incidente del linguaggio: tutt'al più, per parafrasare Julien Gracq, un incidente della fogna, e assunto come tale poiché l'autore si afferma in modo traboccante o vomitante: tutto è scomposto e confuso, al punto che, sgomento, il libro finisce per cadere dalle mani.
E trattandosi di un “Nativo della Repubblica” non ci stupiamo, in sostanza, di leggere nel terzo dei testi che compongono l’opera (“L’impossibile comunione delle lacrime”) uno strano apprezzamento degli attentati dell'11 settembre 2001 sotto forma di scuse perverse. Non siamo più, quindi, quando scopriamo cosa scrive l'autrice a proposito del presunto “genocidio” attualmente commesso dall'esercito israeliano a Gaza e “di cui dobbiamo parlare”, dice in un testo pubblicato per la prima volta sul sito qgdecolonial.fr e riportato sul suo conto Instagram il 12 giugno, "come dal momento in cui la fabbrica dell'innocenza bianca ha ceduto, quando tutti i suoi argomenti di autorità, tutte le sue truffe retoriche predicavano nel deserto".
Se non fossimo abituati, e da molto tempo, a una certa ipocrisia o a un certo cinismo, potremmo sorprenderci che questo giovane autore non abbia avuto il minimo imbarazzo morale nel chiedere alla Repubblica francese una borsa di studio all'Accademia di Francia a Roma per scrivere, in condizioni materiali molto agiate, un'opera dal materiale in parte autobiografico, mentre non cessa di accusare – e bisognerà leggere in quali termini – questa Repubblica e il suo Stato, necessariamente promotori di “razzismo” “sistemico” e “ Islamofobia”. Lo interpreta in modo abbastanza consapevole, come indica ciò che lei stessa scrive nell'ultimo dei testi che lo compongono Rimani barbaro (“Il percorso della colpa”): “Oggi negli ambienti progressisti, scrivere ʺcome una donna non biancaʺ è un segreto. La porta si apre prima ancora che tu debba bussare. Siamo i benvenuti, abbiamo addirittura l'impressione che fossimo attesi. Questo non è mai un buon segno. Ogni volta che venivamo trattati così bene era per arruolarci. Noi, gli ingestibili, i rivelabili, i bravi studenti, abbiamo i mezzi per negoziare il nostro ingresso” – osservazioni che, riguardo alla sua candidatura, danno un bell'esempio di falsa coscienza.
Senza dubbio si giustificherebbe invocando il necessario sacrificio personale per contribuire alla diffusione dell’ideologia decoloniale di cui si congratula pubblicamente mentre raggiunge sempre più le istituzioni accademiche e culturali. Lei stessa ne offre anche una versione piacevole e raffinata, quasi schietta, che sicuramente ha facilitato la decisione della giuria in un contesto che, come abbiamo visto, la rendeva possibile se non probabile. Ma non avremmo il diritto di sorprenderci se la giuria incaricata di esaminare la candidatura di Louisa Yousfi non avesse essa stessa imbarazzo morale - una giuria che non sappiamo se dovremmo ammettere, per continuare il futuro residente, che è rappresentante di questo “progressismo” occidentale che lei prontamente accusa di secondi fini senza che ciò intacchi il suo desiderio di essere riconosciuta?
Immaginiamo invece Omar Blondin-Diop, brillante studente di filosofia all’Ecole Normale Supérieure de Saint-Cloud divenuto attivista maoista e, come tale, attore di Jean-Luc Godard (in Il cinese et Fine settimana), candidarsi all'Accademia di Francia a Roma e la giuria lo seleziona — supponendo che ciò sarebbe stato possibile allora rispetto alla normativa in vigore? È davvero inimmaginabile: questo autentico rivoluzionario senegalese aveva preferito continuare la lotta iniziata in Francia nell'Africa subsahariana, prima di essere arrestato, incarcerato e poi probabilmente assassinato, nel 1973, in un carcere dell'isola di Gorée. Altri tempi, altre usanze…
Di fronte ad una tale selezione, che indica una rinuncia, nello spirito dei tempi, al criterio dell'eccellenza, sarebbe legittimo esigere qualcosa di più che compiacente da parte di questa giuria - e in particolare di due dei suoi membri, Sam Stourdzé che ha presieduto nella sua qualità di direttore dell'Accademia, e Tiphaine Samoyault, direttrice degli studi presso la Scuola di Studi Avanzati di Scienze Sociali, già residente, personalità qualificata designata per la letteratura - di fornire spiegazioni sulla sua scelta: spiegazioni che non possono essere rifiutato sulla base del segreto di una deliberazione collettiva e sovrana, poiché la sua responsabilità sembra schiacciante in questa scelta scandalosa, per la quale non possiamo trovare motivazioni se non ideologiche - a parte il fatto che egli rivela senza dubbio qualche connivenza personale.
Per concludere, ricordiamo che François Maspero, un grande editore, "rivoluzionario" divenuto poi solo "progressista", pubblicò nel 1979, in traduzione francese, un'opera del grande storico italiano - ed ebreo, costretto giustamente all'esilio nel 1938 leggi razziali del governo Mussolini — Arnaldo Momigliano, titolato Saggezze barbariche ; non possiamo che consigliare a Louisa Yousfi di approfittare del suo soggiorno a Roma per leggerlo, perché forse le farebbe capire cosa, contando su una grande e vera conoscenza, si può pensare e scrivere con un impero, i barbari che esso ha conquistato margini e le complesse relazioni che li hanno legati e trasformati nella profondità del tempo storico.
Ma da questo consiglio è purtroppo molto probabile che non farà nulla.