[Di Claude-Henri Pirat, accademico, scrittore]
Signore,
I tuoi commenti sentiti il 9 settembre su France Inter contro Natacha Polony e ancora il 12 novembre su France Culture, contro Alain Finkielkraut e Iannis Roder sull'uso del velo a scuola, e che fanno seguito alla tua ultima pubblicazione: La Repubblica? Quali valori? Saggio su un nuovo fondamentalismo politico, a Gallimard, assumono, alla luce dell'attuale rivolta delle donne in Iran, e in seguito all'anniversario della decapitazione di Samuel Paty, un rilievo particolare.
Lei non esita, nonostante il suo status di accademico, a utilizzare la retorica che caratterizza i discorsi militanti di coloro, alcuni dei quali si dichiarano femministi, che difendono l’uso del velo a scuola e che, per farlo, nascondono la sua vera natura parlandone come una semplice sciarpa. Lei ritiene che lo Stato francese, bandendolo dalle scuole con la legge del 15 marzo 2004, dimostri un "fondamentalismo repubblicano", colpevole di "intolleranza, antiliberalismo e repressione" perché, lei dice, "non possiamo vietare alla gente di vestendosi come desiderano”.
Infatti, un simile divieto spingerebbe legittimamente ogni cittadino, ogni repubblicano, all’indignazione!
Ma l'hijab, che voi non chiamate “velo islamico”, non è e non viene indossato come una semplice sciarpa. Questo è ciò che il potere degli ayatollah iraniani ha ricordato, in modo crudele e tragico, al giovane Mahsa Amini. Ha un significato che, come ben sapete, è religioso ma soprattutto politico. Tenuto stretto da spilli, è una vera e propria camicia di forza.
C'è da aggiungere, e non lo si fa, che anche gli indumenti che possono essere indossati sul resto del corpo sono soggetti a un codice rigido, e che gambe e braccia non possono essere scoperte. Perché è proprio il corpo intero che deve essere costretto, nascosto. Una giovane ragazza musulmana che indossa l'hijab, in Francia come in Iran, non ha quindi, come si cerca di far credere, alcuna libertà di abbigliamento a sua disposizione la mattina, prima di uscire di casa, se non quella di poter per scegliere il colore.
Ovviamente neanche lei potrà decidere di non indossarlo. Oppure di indossarlo la mattina e non il pomeriggio. Perché la scelta dell'hijab, se davvero è una vera scelta individuale non influenzata da chi ti circonda, è quella che può essere fatta una sola volta. È una scelta dalla quale, nei confronti della famiglia e della comunità, non si può tornare indietro. La “scelta”, per una ragazzina, di non avere più scelta. Tornare indietro, se non impossibile, può esporre chi decide di farlo al rancore e alla violenza maschile. “Attraversare la differenza per raggiungere l’uguaglianza”, dici. L'uso dell'hijab da parte delle ragazze adolescenti sarebbe “solo un semplice tentativo di marcare la loro differenza” tra tanti altri, che paragonate alle acconciature stravaganti di chi non porta il velo e che può cambiarlo a piacimento, e che la Repubblica dovrebbe accettare.
“Fondamentalismo repubblicano”, bisognava osare!
Perché offendersi tanto, infatti, per il fondamentalismo religioso, a cominciare da quello islamico che non reprime l'uso del velo da parte delle bambine di otto anni, visto che ce ne sono anche di repubblicani, come quello di cui lei accusa la Repubblica francese, nel terra dell'Illuminismo? A sentire te, non potremmo allora mettere uno dopo l'altro tutti questi fondamentalismi? Le sue parole sono molto irrispettose nei confronti di queste tantissime donne e degli uomini che le sostengono nei paesi musulmani che, attraverso le loro azioni, i loro scritti, si ribellano a questo velo.
Questo velo che, simbolicamente e fisicamente, racchiude le donne e le costringe alla sottomissione. Apprezzerebbero vedere, se ti leggessero, che tra le élite universitarie francesi ci sono autori che difendono, per le ragazze della scuola, ciò contro cui stanno combattendo?
Lei è, signore, professore emerito alla Parigi-Sorbona. Ciò ti dà autorità intellettuale e costituisce, per i tuoi lettori, una garanzia di rigore nell'analisi di fatti e concetti. Hai la libertà di disapprovare la legge che vieta di indossare il velo a scuola. Non è questo il problema. E voi avete la libertà di difendere una tolleranza di tipo anglosassone, non avendo la Repubblica, a suo dire, "vagliare le ragioni dell'uso del velo, che devono essere accettate come ogni comportamento che non
non lede gli interessi di terzi. Il che allarga estremamente e pericolosamente il campo dell’accettazione, soprattutto nell’ambito della violenza contro le donne!
Entrambi i casi.
Ma un minimo di rigore accademico dovrebbe obbligarvi a dire, poi, qual è la vera natura di ciò che chiedete alla Repubblica di accettare e tollerare a scuola. Tu no. Lei non dice, come tutti coloro che si battono in suo favore, che l'hijab diventa, una volta “scelto”, un indumento coercitivo, confinamento permanente del corpo della donna quando è fuori casa.
Nascondendo ciò ai tuoi lettori appropriandosi, dall’alto del tuo status accademico dove non dovrebbe avere posto, la retorica militante è, a mio avviso, una manipolazione deliberata, che somiglia molto a questa “polizia intellettuale” che descrivi e che allo stesso tempo condanni. Manipolazione retorica che può solo soddisfare e servire la manipolazione più pericolosa dell’islamismo.