[di Sami Biasoni]
La storia contemporanea del nostro Paese, quella del secolo scorso di cui alcuni possono ancora testimoniare, ha conosciuto probabilmente solo due momenti di reale convergenza delle lotte sociali: la vittoria democratica del Fronte Popolare nel 1936 e l’incontro tra il movimento studentesco e quello operaio movimenti durante gli scioperi generali del maggio 68. Da allora abbiamo assistito ad un susseguirsi più o meno felice di giustapposizioni di cause, dove ciò che motiva il manifestante è tanto il trauma socio-psicologico legato alla propria identità quanto la profonda convinzione in un nobile ideale condiviso. Per convincersene basta tornare agli eventi della Nuit Debout del 2016 o agli ultimi Atti del movimento dei Gilet Gialli, episodi segnati dalla disunità militante e dall’impasse nella definizione di una linea rivendicativa comune.
Dopo la tragica morte di George Floyd nel maggio 2020, abbiamo assistito a diverse manifestazioni in Francia su iniziativa congiunta di associazioni ambientaliste e piccoli gruppi razzisti che chiedevano una nuova forma di intersezionalità. Questo concetto, sviluppato inizialmente negli anni Novanta, mira a qualificare la particolare condizione degli individui attraverso l’analisi dell’intersezione cumulativa delle oppressioni che subirebbero a causa della loro nascita o delle loro scelte: il colore della pelle, il genere, la sessualità, la disabilità troverebbero così il categorie decisive che segnano il destino di ciascuno. Dall’assioma secondo cui “la giustizia climatica [sarebbe] giustizia sociale” (la giustizia climatica è giustizia sociale) Il pensiero progressista postmoderno tenta oggi di raggiungere la congiunzione tra le lotte ecologiste e quelle decolonialiste, evocando la crisi ambientale come ulteriore leva di oppressione e di rafforzamento ipso facto le fondamenta dell'edificio intersezionale.
In realtà, ciò che lega strettamente questi movimenti non è tanto la fede nella necessità di una rivolta salvifica, quanto la detestazione di un Occidente accusato di tutti i mali: vituperato tanto per essere stato imperialista quanto per aver segnato irrimediabilmente la sua impronta odiosa sugli animi ( permanenza della condizione coloniale), le società (disuguaglianze dovute al capitalismo) e il pianeta (inquinamento ambientale legato allo stile di vita dei a nord). Di conseguenza, l’unico riscatto accettabile consisterebbe nel declino economico abbinato cancellazione della norma a beneficio di gruppi minoritari – in altre parole, una forma di abdicazione storica sacrificale in nome di un patrimonio di cui l’uomo occidentale non può liberarsi e nonostante le più affermate convinzioni umanistiche di cui potrebbe rivendicare.
L’intersezionalità isola gli individui riducendoli al loro minimo comune denominatore, mentre l’universalismo cerca la convergenza di tutti, nel rispetto di ciascuno. Il primo frammenta le identità e dissocia i popoli, il secondo ricerca il comune, crede nell'eguale diritto di tutti alla dignità e al rispetto. L’avvocato democratico americano Clarence Darrow dichiarò nel secolo scorso che “l’uomo che combatte per gli altri è migliore di colui che combatte per se stesso”. Tuttavia, i sostenitori dell’intersezionalità combattono soprattutto per se stessi: tale è l’impasse della loro posizione identitaria.
Quando alcuni ricercatori americani come Nancy Tuana evocano un “apartheid climatico” per qualificare l’ doppia oppressione coloniale e ambientale di cui sarebbero vittime i paesi del Sud, lungi dal pensare adeguatamente al mondo, ne atrofizzano la complessità, passando sotto silenzio gli equilibri geostrategici tra aree di civiltà, trascurando consapevolmente il massiccio ricorso ai combustibili fossili nei paesi in via di sviluppo, agendo come se le culture e i valori non condizionavano più le scelte antropologiche, distogliendo lo sguardo con modestia dalla questione demografica, amalgamando finalmente realtà economiche e sociali tuttavia rigorosamente inconciliabili nel cuore stesso dell’Occidente. La semplificazione non si adatta alle determinanti della realtà; quest'ultima non può mai essere circoscritta dall'aggiunta opportunistica di categorie arbitrarie.
Sami Biasoni – Dottore in Filosofia all'École Normale Supérieure, docente all'ESSEC, coautore (con A.-S. Nogaret) del saggio Francesi loro malgrado, Sami Biasoni pubblicherà nel 2022 Disagio nella lingua (dir.) e Il statisticamente corretto pubblicato dalle Éditions du Cerf.