L'impostura concettuale del genere

L'impostura concettuale del genere

Michel Messu

Sociologo-Professore universitario onorario
Il lavoro proposto da Pauline Arrighi resta quanto mai attuale e quanto mai utile in questi tempi di grande confusione ideologica. C’è anche qualcosa di positivo nell’approccio.

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L'impostura concettuale del genere

Rapporto sulla lettura del libro Le devastazioni del genere di Pauline Arrighi (Éditions du Cerf, 2023).

Pauline Arrighi è presentata, in quarta di copertina, come una “giornalista indipendente, specializzata in temi di diritti delle donne e di bioetica”. Il suo lavoro lo testimonia senza dubbio. Lontano dai canoni accademici, trae fonti e riferimenti dalla galassia Internet, dai blog e dagli altri social network, nonché dall'universo dei media. Ciò è evidenziato dal sistema di note, che è alquanto caotico. Tuttavia, l’intenzione è esplicita: stabilire quel “genere” nel significato che il termine riceve oggi è un’impostura concettuale che porta a una cascata di disordini individuali e sociali e serve interessi finanziari capitalistici ben compresi.

Si tratta infatti di devastazioni e queste si riscontrano sia a livello psicologico e relazionale, individuale, sia culturale e istituzionale, quando si tratta di bagni pubblici e spogliatoi, per non parlare delle deviazioni delle lotte di emancipazione delle donne omosessuali. Secondo l’autore, non c’è dubbio che il rivestimento pseudo-teorico della retorica del genere sia arrivato, nel giro di un decennio, a scardinare tutte le rappresentazioni che avevamo fino ad allora della differenza dei sessi, delle identità di cui era il sostegno, nonché i vincoli ai quali eravamo obbligati (moralmente, socialmente) a rispettarlo. La retorica di genere ha introdotto l’idea che l’identità di genere fosse una questione di “sentimenti” individuali. Così facendo, ha chiuso la porta della realtà per spalancare quella delle fantasie, siano esse le più ordinarie o le più deleterie.

Ma, come sottolinea con forza Pauline Arrighi, queste fantasie potranno ammettere realizzazioni molto reali, soprattutto quando saranno favorite dall'atteggiamento compiacente dei professionisti del settore medico (psichiatri, chirurghi, prescrittori di bloccanti della pubertà, ecc.), ma anche da istituzioni pubbliche (Istruzione Nazionale, Ministero della Giustizia, ecc.). Attuazioni le cui conseguenze, per gli individui interessati, come per le relazioni collettive, sono in gran parte nascoste dalle autorità pubbliche sotto l’effetto della diffusione dell’ideologia Transidentita' e l’intenso “lobbying” delle sue organizzazioni e dei suoi “influencer” sui social network.

Le devastazioni del genere di Paolina Arrighi tenta quindi di stabilire sia la genesi del fenomeno transidentitario, le sue modalità operative – che spaziano dallo sfruttamento delle alterazioni psicologiche degli individui all'azione mirata di potenti fondazioni finanziarie ad hoc –, i suoi eccessi talvolta perseguiti con cinismo e molte delle sue ricadute sugli equilibri psicologici individuali e relazionali (familiari e sociali), senza dimenticare quelli, insidiosi ma profondi, relativi all’immagine della donna che si intende promuovere.

Per fare ciò, l'autore riunisce in capitoli ben distinti argomenti dotati di valore probatorio attinti, come abbiamo detto, dalla fertile risorsa che costituisce Internet. Senza, tuttavia, che queste fonti ricevano l’esame critico e l’incorporazione problematica che la ricerca accademica avrebbe richiesto. Di questo non possiamo biasimare l'autore che non persegue questo obiettivo ma intende piuttosto allertare l'opinione pubblica. E lì è perfettamente riuscito.

In un primo capitolo intitolato “Quando il genere sopprime il sesso e rende la scienza obsoleta”, Pauline Arrighi traccia la storia delle idee “queer” che arrivarono a sconvolgere le rappresentazioni dei sessi ancora in vigore all'inizio degli anni '1990, e senza ulteriori precauzioni ritrova la sua fonte originaria nella filosofia dualista ridotta, come comunemente si fa, alla sola opposizione di corpo e mente. Il postmodernismo garantirà la sua posterità promuovendo l’ideologia “decoloniale” che nello stesso movimento combina “dominio” e “razionalità” per concentrarsi sull’esperienza dei dominati stabilita come norma assoluta della verità. Trasposte alla questione del sesso delle persone, le idee “queer” professano lo stesso rifiuto della razionalità (biologica, esperienziale e sociale), sostengono lo stesso relativismo delle norme (il binario sessuale diventa spettrale) e stabiliscono il diktat della “fluidità” egoistica. sul sesso. Da qui la cosiddetta evidenza, contro la quale l’autrice continua a ribellarsi, che “le donne trans sono donne”. Con fermezza, Pauline Arrighi si asterrà inoltre dall'utilizzare l'espressione “donna trans” per designare gli uomini che si sforzano di assumere sembianze femminili. Perché se c’è un punto che sottolinea nel suo libro, è l’invito formale che ci viene dato ad allinearci ai desideri dell’individuo transgender. Tanto più che la nuova nomenclatura in vigore nel mondo della psichiatria (l DSM-V) ha anche promosso la “disforia di genere” al posto della disforia sessuale. Il capitolo si conclude con un suggerimento dell'autore: “la disforia di genere riguarda infatti, nella maggior parte dei casi, altre realtà”. Come vedremo più avanti, questi si riferiscono molto spesso a un disturbo psicologico.

Il secondo capitolo, il più corposo del lavoro, affronta le ragioni individuate per la propensione alla “transizione di genere” tra i giovani, in particolare tra le ragazze. Confermando le osservazioni fatte in molti paesi occidentali nell'ultimo decennio, molte ragazze, ci racconta Pauline Arrighi, a volte ancora mentalmente bambine di 8 o 10 anni, ma colpite precocemente dalla pubertà, si impegnano in numeri in percorsi cosiddetti di “transizione”. . Come comprendere questa mania giovanile, recente e in definitiva specifica? L'autore ci fornisce qui una mappa non gerarchica dei fattori generalmente correlati all'impegno in un cosiddetto processo di transizione. Muovendosi volentieri dal punto di vista del transitante (in genere dal suo discorso di giustificazione) alle singolari conclusioni di studi o osservazioni compiuti in vari ambiti (dalla psichiatria alla misurazione dell'opinione pubblica), emerge un quadro in cui la dimensione psicologica i disturbi che possono accompagnare l'infanzia e l'adolescenza sono accresciuti da un coefficiente di disturbo di cui la “transizione di genere” è troppo spesso solo la risposta illusoria. Può trattarsi di omosessualità non dichiarata, di disturbi autistici accertati, di conseguenze della violenza sessuale subita, insomma di disturbi che possono andare “dalla semplice depressione reattiva adolescenziale al disturbo psicotico”. La richiesta di “transizione” tra gli adolescenti può quindi essere intesa come un sintomo di tali disturbi psicologici.

Anche se troveranno nel contesto del networking Internet (web 2.0 sugli smartphone) qualcosa per ricevere un modo di amplificare la risposta fortemente influenzata dagli attivisti, individuali o collettivi, che vi operano attivamente. I bambini nati dopo il 1995 non hanno conosciuto un mondo senza social network, vi ricorrono spontaneamente nonostante la loro virtualità e così facendo si espongono al loro potere di influenza, sia attraverso i loro coetanei, sia attraverso “influencer” certificati. Il fenomeno dell'influenza, ricorda Paolina Arrighi, ha un supporto fisiologico e fa sì che a questa età l'emotivo prevalga generalmente sul razionale. Offre quindi una presa molto favorevole su tutti gli affetti che corroborano le loro domande o le loro angosce del momento, impegnandoli sconsideratamente a richiedere occasionalmente "transizioni di genere", come dicono, cioè mutazioni sessuali, come credono. L'influenza, aggiunge il giornalista, si rivela tanto più efficace in quanto il rapporto conflittuale dell'adolescente con la sua cerchia familiare ha subito un passaggio da un universo in cui regna l'autorità a uno in cui fiorisce il sentimento – ciò che annulla la distanza tra genitori e figli e riduce gli spazi per esprimere l'aggressività di quest'ultimo. L’ipotesi è da approfondire, forse troveremmo lì la base su cui fiorisce lo superpotere transumanista che il transidentitarismo nasconde, come non mancherà di sottolineare più avanti.

I capitoli seguenti tentano di stabilire come lo status di minoranza sociale abbia potuto essere forgiato a favore di trans. Congiunzione di liberalità, quando non si tratta di violazioni etiche degli ambienti medici, argomenti ad hoc gruppi di pressione e denunce delle parti interessate trasmesse urbi et orbi, il fenomeno transidentitario è stato costruito sotto gli auspici della minoranza oppressa, soggetta ai peggiori abusi. Uno slogan sintetizza l’atteggiamento vittimistico adottato dai protagonisti del fenomeno: “la transfobia uccide”, in cui ritroviamo l’eterna “fobia” e l’idea dell’odioso omicidio rituale. Nulla però consente di stabilire una prevalenza criminale nei confronti di chi si fa valere trans, né che la “transizione” li protegga dal suicidio. L'opera tende così a svelare le motivazioni puramente retoriche dello slogan.

Ma, al di là del discorso sulle vittime, sono i rischi per la salute – che si sono dimostrati tali – che troviamo proprio esposti. I famosi bloccanti della pubertà somministrati ai bambini non possono essere considerati trattamenti di conforto psicologico – sono piuttosto le psicoterapie ad aiutarli, sottolinea Pauline Arrighi – essi avranno, passato il momento di euforia mutazionale, conseguenze fisiologiche a lungo termine, talvolta gravemente invalidanti. I propagandisti del “transgenderismo”, certo, ma anche i professionisti del settore medico che vi si precipitano, perfino gli enti di previdenza sociale che lo rimborsano come una schifezza, si imbarcano così su una china quanto meno eticamente dubbia. Il che autorizza l'autore, alla fine del capitolo, ad accogliere con favore la marcia indietro di alcuni paesi (Svezia, Finlandia, Australia, Nuova Zelanda) in questo settore.

Dell’utilità di continuare a distinguere uomini e donne si parlerà in un capitolo molto illuminante, che tratterà dello sport e della prestazione atletica nonché degli spazi collettivi che gli atleti, come tutti gli altri, sono portati a frequentare. Il “transgenderismo”, ci viene mostrato, squalifica le categorie sportive vigenti, ma soprattutto minaccia le prestazioni raggiunte dalle donne, poiché un atleta “transgender” ma biologicamente maschio avrà un potenziale prestazionale sempre maggiore di quello di un’atleta biologicamente donna . Da quel momento in poi, la categoria sportiva femminile è condannata ad accogliere solo le prestazioni degli uomini transgender – quelli, lo comprendiamo slealmente, che non possono trionfare nella categoria maschile. Quanto agli spogliatoi, ai bagni pubblici, perfino agli ambienti penitenziari, il "transgenderismo" non ha altro effetto, se non quello di soddisfare i desideri egoistici del "transgender", che introdurre nuovi problemi di civiltà, se non sulla sicurezza personale.

Il capitolo finale rivela alcune delle fonti di finanziamento del transattivismo, stabilendo così ciò che collega le convinzioni esoteriche di alcuni magnati del commercio e dell’industria, in particolare dell’industria farmaceutica, con i media e le organizzazioni di pressione politica che propagano l’ideologia transidentitaria e, attraverso la diretta sovvenzionamento della ricerca scientifica, l’orientamento di questa a favore delle cosiddette pratiche di transizione.

La panoramica è edificante. L'ideologia trans è disastroso, sia per molti soggetti interessati, soprattutto gli adolescenti che cedono alle sue sirene, sia per le relazioni collettive, comprese quelle meglio organizzate come gli eventi sportivi. Se riesce a lenire le ansie e a soddisfare le aspettative narcisistiche di pochi – adulti informati, consapevoli e responsabili del proprio impegno – nasconde massicciamente intenzioni e strategie al limite del sordido. Al di là dei calcoli d’interesse dell’industria farmaceutica e dei professionisti senza scrupoli, sono i processi totalitari e gli obiettivi, a livello politico e sociale, degli attivisti transattivisti a lanciare l’allarme. Ancor di più quando investono e deviano dai loro obiettivi iniziali organizzazioni che erano state riconosciute per il loro impegno nel portare avanti cause più collettive: la causa dell’emancipazione delle donne in particolare. Ad esempio Pianificazione familiare senza nominarlo, ma sarebbe comunque opportuno guardare più da vicino all'Educazione Nazionale e alla moltitudine di associazioni autorizzate che pretendono di informare le care testoline sulla vita sessuale che li attende.

L'opera di Pauline Arrighi avrebbe perfettamente assolto al suo ruolo demistificatore se non fosse ingombrata di formulazioni, a volte di frasi, comunque di picchetti esplicativi che in fondo partecipano della stessa ideologia di quella che intende denunciare. In che modo la comprensione dell’ideologia della trans-identità viene rafforzata dalla formula che si trova a p. 159 e secondo cui “il transgenderismo è stato sviluppato da un pugno di uomini bianchi delle classi dominanti”? Supponendo che l'osservazione fosse vera, stiamo confondendo l'accertamento di un fatto con la sua capacità di spiegarne un altro. A meno che non sia un modo facile per cedere allo spirito dei tempi e ai suoi cliché pseudo-esplicativi, quelli del pensiero “decoloniale” in questo caso. In diverse occasioni ritroveremo lo stesso processo retorico riguardo al dominio degli uomini sulle donne, all'intolleranza sociale verso l'omofilia, quando non si tratta del "tabù" che circonda la salute mentale degli individui. Formule veloci, molto spesso infondate e senza molta coerenza esplicativa, ma pericolosamente tendenti a rafforzare le ideologie più attive nel campo della destabilizzazione delle istituzioni sociali. Se non fosse per questa riserva, fatta alla ricerca di coerenza nel nostro ragionamento, il lavoro proposto da Pauline Arrighi resta quanto mai attuale e quanto mai utile in questi tempi di grande confusione ideologica. C’è anche qualcosa di positivo nell’approccio. Pauline Arrighi rifiuta categoricamente di cedere “all'imperativo della tolleranza cieca” e a “qualsiasi forma di manipolazione emotiva”. Come Kant si pone sotto la bandiera del sapere aude.

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Michel Messu

Sociologo-Professore universitario onorario

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