ABOLIZIONE PERPETUA: PER UNA FRANCIA DECOLONIALE FINALMENTE LIBERATA (MA NON TROPPO VELOCEMENTE)

ABOLIZIONE PERPETUA: PER UNA FRANCIA DECOLONIALE FINALMENTE LIBERATA (MA NON TROPPO VELOCEMENTE)

Saverio Laurent Salvador

Linguista, Presidente della LAIC
Pur lottando con assoluta intransigenza per l'abolizione totale, dobbiamo guardarci da ogni tentativo di giudizio affrettato sulle società non occidentali che, da parte loro, hanno forse trovato in certe forme di servitù un equilibrio di civiltà che non spetta a noi decostruire. La cosa principale è abolirla, ancora e ancora, solo in Francia.

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ABOLIZIONE PERPETUA: PER UNA FRANCIA DECOLONIALE FINALMENTE LIBERATA (MA NON TROPPO VELOCEMENTE)

Esiste un'idea persistente, ereditata dalle strutture epistemiche della modernità coloniale, secondo cui la Francia avrebbe già abolito la schiavitù. Questa illusione storiografica, riprodotta dai meccanismi istituzionali della conoscenza legittima, si erge come baluardo contro ogni messa in discussione radicale dello Stato-nazione coloniale. Ma è fondamentale affrontare l'evidenza: sebbene la schiavitù sia stata abolita legalmente, non è mai stata veramente abolita. Esso persiste non nella forma spettacolare e visibile della catena e della frusta, ma in modalità insidiose e sistemiche, integrate nell'architettura stessa delle relazioni sociali, economiche e culturali. L'eteropatriarcato cis bianco standardizzato, in quanto matrice organizzativa delle soggettività moderne, continua a riprodurre forme di alienazione strutturale che sono simili, nella loro logica, ai sistemi schiavistici del passato. La Francia non può quindi accontentarsi di un'abolizione simbolica, datata, congelata nella memoria collettiva come una conquista indiscutibile. È fondamentale riprendere il processo abolizionista in una dinamica perpetua di decostruzione, per dissolvere i residui coloniali che persistono nell'organizzazione sociale contemporanea. Dobbiamo porre le basi per un'abolizione costantemente rinnovata, che faccia parte di una prassi continua di rottura con le forme di dominio ereditate dal passato. In questa prospettiva, la sola proclamazione legale dell'abolizione della schiavitù non può essere sufficiente. Deve essere reiterato, eseguito e reinscritto nel tessuto istituzionale in modo ricorrente, per scongiurare la minaccia permanente di un ritorno alla servitù. Ogni anno il capo dello Stato dovrà firmare un decreto che proclami una nuova abolizione, in un gesto rituale di autodissoluzione del potere coloniale. Questo gesto, lungi dall'essere un semplice atto amministrativo, sarà una necessaria messa in scena della deistituzionalizzazione del privilegio bianco, una catarsi pubblica in cui la Repubblica dovrà riconoscere non solo il suo passato, ma anche il fallimento della sua stessa pretesa di universalità.

Questa dinamica di abolizione perpetua non può però fermarsi a una semplice dichiarazione d'intenti. Deve essere accompagnato da misure concrete che garantiscano l'eliminazione dei rapporti di sfruttamento e della gerarchia razziale ancora vigenti. Pertanto, ogni partecipazione al mercato del lavoro dovrà essere condizionata dall’ottenimento di un “lasciapassare antischiavista”, che certifichi che l’individuo abbia seguito un corso di formazione di 200 ore sulla decostruzione dei pregiudizi impliciti e della storia coloniale. Questo lasciapassare, lungi dall'essere una costrizione, costituirà uno strumento di emancipazione, consentendo a tutti di prendere coscienza dei modelli oppressivi in ​​cui sono inscritti e di impegnarsi in un processo attivo di de-alienazione.

Inoltre, il debito storico della Francia nei confronti delle popolazioni che ha schiavizzato non può più essere negato. I discendenti dei popoli ex colonizzati dovranno beneficiare di un salario minimo decoloniale, il cui importo sarà indicizzato alle riparazioni dovute dallo Stato coloniale. Questa remunerazione differenziata non è una semplice logica compensativa, ma un ripristino delle relazioni economiche su basi eque, tenendo conto delle ingiustizie strutturali che persistono.

Sulla stessa linea, sarà necessario attuare una tassazione riparativa per ridistribuire la ricchezza accumulata dalle linee che storicamente hanno beneficiato dello sfruttamento coloniale. Sarà introdotta una tassa di compensazione per chiunque possa stabilire una discendenza con un individuo che ha partecipato alla colonizzazione, direttamente o indirettamente. Questo contributo, lungi dall'essere una sanzione, sarà un atto di responsabilità storica, un modo affinché i discendenti dei coloni riconoscano il loro posto nella perpetuazione di un sistema oppressivo e si adoperino attivamente per il suo smantellamento.

Tuttavia, queste misure non potranno essere sufficienti finché la violenza epistemica coloniale continuerà a strutturare il nostro linguaggio e la nostra percezione del mondo. È quindi urgente operare una radicale revisione lessicale, a partire dalla rimozione della parola “lavoro”, termine storicamente carico, derivato dal tripalium, strumento di tortura utilizzato per costringere i corpi. La lingua è un campo di battaglia in cui si giocano relazioni di potere invisibili. È quindi indispensabile decostruirlo e riarticolarlo attorno a una nuova semantica liberata dagli schemi del dominio. Il termine “lavoro” sarà così sostituito da “attività volontariamente consentita sotto controllo etico”, garantendo che ogni partecipazione alla produzione sociale avvenga in un quadro rispettoso delle soggettività minoritarie.

Inoltre, la temporalità stessa, in quanto costrutto imposto dall'Occidente capitalista, deve essere decostruita. È ormai accertato che la linearità temporale, così come la concepiamo, è un'imposizione coloniale volta a regolare i corpi secondo imperativi produttivistici. La riappropriazione collettiva del tempo deve consentire a ciascun individuo di scegliere liberamente il proprio fuso orario e i propri orari di lavoro, in base ai propri riferimenti culturali e storici. Questo processo di decolonizzazione del tempo sarà un passo cruciale verso la totale emancipazione delle soggettività oppresse.

Infine, lo Stato dovrà istituire un Ministero della Decolonizzazione Perpetua, incaricato di monitorare costantemente i rischi di una rinascita del colonialismo strutturale. Questo ministero avrà il compito di abolire la schiavitù una volta al trimestre, assicurando che il Paese non ricada nella schiavitù in un momento di disattenzione. Supervisionerà inoltre la rimozione periodica delle statue di personaggi storici problematici, seguita dalla loro ricostruzione in modo che possano essere nuovamente distrutte in una cerimonia pubblica di espiazione collettiva.

L'abolizione deve essere un processo permanente, una dinamica di rottura che non potrà mai essere completata. Perché se la Francia ha abolito la schiavitù una volta, non l'ha ancora abolita del tutto. Solo un'abolizione ripetuta, incessante, spinta fino al parossismo, potrà finalmente liberare corpi e menti dalla camicia di forza coloniale. Dobbiamo abolire ancora, sempre, fino alla fine del mondo se necessario. Tuttavia, è essenziale inquadrare la nostra lotta in una prospettiva intersezionale che rispetti le realtà culturali plurali. Se esigiamo dalla Francia l'abolizione immediata, ripetuta e irrevocabile della schiavitù, non dobbiamo però cadere nell'oppressivo etnocentrismo che consisterebbe nel giudicare le pratiche culturali di altre società con il metro delle nostre categorie occidentali, costruite attraverso un prisma coloniale. La schiavitù, in alcune tradizioni africane o asiatiche, può basarsi su logiche sociali, economiche e spirituali che sarebbe pericoloso e neocoloniale condannare senza mezzi termini. Ciò che è inaccettabile in Francia non può essere considerato altrove attraverso lo stesso prisma, perché ogni popolo ha le sue modalità di organizzazione che sarebbe violento valutare attraverso lo sguardo imperiale. Pertanto, mentre qui ci battiamo con assoluta intransigenza per l'abolizione totale, dobbiamo guardarci da ogni tentativo di giudizio affrettato sulle società non occidentali che, da parte loro, hanno forse trovato in certe forme di servitù un equilibrio di civiltà che non spetta a noi decostruire. La cosa principale è abolirla, ancora e ancora, solo in Francia.

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