Nota: questo articolo è apparso per la prima volta sulla rivista Mezetulle.
Sono appena stati pubblicati due opuscoli che sembrano provenire da due pianeti diversi. Uno, di Patrick Boucheron [1]Patrick Boucheron, Il tempo che resta, Parigi, Seuil (“Libelle”), 2023., medievalista riconosciuto, professore al Collège de France, offre una riflessione sulla catastrofe e vorrebbe essere un segnale d'allarme contro ciò che forse siamo ancora in tempo per evitare e che si prepara sotto i nostri occhi, l'avvento dell'estrema destra. L'altro, di Pierre-André Taguieff [2]Pierre-André Taguieff, Il nuovo oppio dei progressisti: antisionismo radicale e islamo-palestinismo, Parigi, Gallimard (“Tracts” n° 53), 2023., filosofo, politologo e storico delle idee, analizza la matrice teologico-politica islamica che ha riproposto la demonizzazione degli ebrei e che trova sostegno in una certa sinistra occidentale che fa della causa palestinese una nuova “causa del popolo”. Due intellettuali che offrono strumenti per decifrare i “fenomeni morbosi” propri del presente.
Patrick Boucheron, Il tempo che resta
Riflettere sul tempo è diventata una delle specialità di Patrick Boucheron. Come al solito, lo conduce in modo più letterario che accademico e, anche se questo significa forzare il limite, ciò che ci guadagna in bello stile (perché se vogliamo lasciare, se non il nostro segno, almeno una traccia, meglio per non scrivere come Madame Ernaux), lo perdiamo in chiarezza dimostrativa – anche se, ovviamente, l’uno non esclude l’altro. Non resta che leggeremo con profitto queste considerazioni laddove accade che una formula, una metafora, lungi dall'essere falsa, diventi uno strumento di decifrazione. Istruttivo il passaggio (p. 25) sulla distinzione tra tempo profetico e tempo messianico; ma si tratta di vedere, nella pagina successiva, Greta Thunberg trasfigurata nella Giovanna d'Arco dei tempi moderni (e il lettore pensa ancora a Marx che evoca i colpi di stato di Bonaparte: la prima volta come tragedia, la seconda come farsa). Questa parte dell'opuscolo, se non sbaglio, invita il lettore a prendere coscienza della gravità della situazione, a considerare che è necessario agire.
Ma questo è solo l'antipasto. Non è necessario aver guardato il menu per conoscere la portata principale. Il cameriere, allegoria di una classe dirigente che si prepara con zelo al peggio, alza il campanello ed ecco l'estrema destra. L'oggetto non è mai definito, come se il testo in definitiva non fosse destinato ad una larga diffusione, come se fosse destinato solo a pochi fortunati estimatori, che, antifascisti di professione, sanno bene cos'è il fascismo; un testo rivolto ai fedeli ascoltatori di Radio-France dove regna un'atmosfera di sinistra (cediamo alla moda e rifiutiamo la felice formula di Gilles Kepel sul jihadismo). Troppo intelligente per fossilizzare semplicemente il FN o il fascismo, come fanno tutti quelli che ci avvertono con l'indice rigido che nulla è cambiato, essendo Marine solo Jean-Marie in gonna, l'autore vede chiaramente che alcuni vogliono essere confusi con gli eroi degli immensi drammi del passato e che «una certa sinistra radicale, in particolare, tocca questo atteggiamento di innocua clandestinità» (p. 60). Vorrebbe essere audace.
Questo grande conoscitore dell'Italia (affermazione da prendere alla lettera) purtroppo non riesce a convincere che Giorgia Meloni sia l'abominevole continuazione del fascismo in forma diversa e che imperversa in altro modo. Se intendiamo bene l'autore, non è al potere questo diritto che, nel 1995, a Fiuggi, si strappò la camicia nera (e non “marrone” – p. 55 –; le camicie marroni erano in Germania); e non bisogna quindi seguire gli ingenui o i complici che parlano di postfascismo per “eufemizzare [questa] estrema destra” e che, quindi, sono colpevoli di una “rinuncia morale” (Id.) [3]Vedi la fonte. Ma se l’autore si reca spesso in Italia, non può fare a meno di rendersi conto che è proprio il principe di Lampedusa a dover fare riferimento – tutto deve cambiare affinché nulla cambi – più che, come suggerisce a Machiavelli – “bisogna preservare l’ombra degli antichi costumi” per cambiare non solo il regime (p. 53). Analisti e commentatori italiani non sbagliano e parlano di una coalizione di centrodestra, più o meno continuando la politica del governo precedente. Patrick Boucheron dà qui sostanza alla formula di Alain Finkielkraut secondo cui la parola d'ordine dei combattenti della resistenza postmoderna non è: "Il fascismo non passerà!" »; ma: “Il fascismo non morirà! », tanto è loro indispensabile anche se lo fantasticano – e il passaggio sentimentale sul peso dei fantasmi, qui quello degli anni Trenta (p. 1930-55), inconcludente, ci perde tra le nuvole.
Sembrando non sapere davvero che forma dare alla sua voglia di impegno, verso la fine dell'opuscolo, l'autore confessa che cercherà «per tutta la vita di difendere incrollabilmente la causa dei libri» (p. 62); ecco uno storico molto spregiudicato ma che tuttavia non arriva a denunciare la cultura della cancellazione difesa dal wokismo – la cui casa è l’università – che tanto ama riscaldare il suo gentile fanatismo sulla posta in gioco dei libri che proscrive – dice storico ha il collo così bloccato, lo sguardo frenetico fisso alla sua destra, al punto da non vedere nulla di ciò che accade alla sua sinistra? Preferisce così denunciare la mortale ideologia del radicamento: come si può imporre ai suoi concittadini di rimanere fedeli a una patria, a una civiltà o a una religione? E se, secondo lui, i sostenitori di questi ultimi sono già morti, ci incoraggia ancora a combattere i loro cadaveri (diventerebbe shakespeariano)... Simone Weil, scrivendo che "il tifo è forse il bisogno più importante e il più sconosciuto" dell'anima umana [4]Simone Weil, Rooting, Parigi, Gallimard (“Saggi in Folio”), 2013 (1949), p. 61. » è diventato infrequentabile, cancellabile? Leggere i grandi repubblicani del Glorioso Terzo mostrerebbe a Patrick Boucheron che non solo è possibile radicare l’universalismo, ma che questo radicamento è la condizione di un universalismo umanista. Contro gli identitari, l'autore propone di inventare "una risposta e, in definitiva, uno spostamento" - così sia, ma questo spostamento lo fa cadere tra le braccia della "grande pensatrice dell'ecofemminismo Donna J. Haraway" che vuole farci imparare a “convivere con il disordine” – grazie, ma a noi basterà un grande scrittore. Lo storico avanza questa idea: per scongiurare la tempesta basterebbero “utopie concrete”… Contro i tristi signori della destra, invita “a una gioia feroce, fatta di pazienza e di slanci, di dolcezza e di fervore – una gioia spinozista”. , in breve” – chi ha detto che il signor Boucheron non sia capace di autoironia se si parodia in questo modo? In ogni caso ha ragione a deplorare il conforto del lamento in cui si crogiolano i reazionari; ma è meglio, dunque, la negazione ferocemente gioiosa del lento collasso di una nazione, di una civiltà, o, in fondo, la gioia malvagia che ciò stia accadendo?
Patrick Boucheron, ispirandosi a Walter Benjamin, pensa che la catastrofe non sta nell'emergere dell'inaspettato ma nel continuarsi del peggio. Quindi per lui, per il quale la sinistra è il campo del Bene, il peggio non può che venire dalla destra al potere, che sta preparando l’avvento (il ritorno) dell’estrema destra. Lo storico trarrebbe vantaggio dal considerare che il peggio può venire anche da altrove, dal suo stesso campo per esempio… Per questo leggeremo con profitto il “trattato” recentemente pubblicato di Pierre-André Taguieff. Nessuna estetica, dimostra. La lucidità radicale è il suo segno distintivo.
Pierre-André Taguieff, Il nuovo oppio dei progressisti: antisionismo radicale e islamo-palestinismo
Il pogrom perpetrato il 7 ottobre da Hamas è servito come una rivelazione, confermando con sinistra brillantezza le precedenti analisi dell'autore sulle metamorfosi della giudeofobia, su quelle dell'antirazzismo e sull'islamo-sinistra e perfino l'islamismo-sinistra. L'antisionismo fa ormai da schermo a ciò che l'autore designa con il neologismo "Judeomisia", che avrebbe in parte sostituito il vecchio antisemitismo (cristiano, nazionalista, razzista) che persiste negli ambienti estremisti di destra ridotti allo stato puro. porzione minima.
Per avanzare più facilmente le proprie pedine, e scagionarsi dall'infame accusa di antisemitismo, si sostituisce, è noto il processo, "ebraico" con "sionista" o con "israeliano", il che facilita il riciclaggio di luoghi comuni come quello di il complotto ebraico globale: i padroni del mondo sono, quindi, i sionisti, gli israeliani (p. 40), gli stessi che, come abbiamo visto nella risposta seguita alle violenze del 7 ottobre, "hanno massacrato i bambini palestinesi" – riattivazione dell’immagine secolare dell’omicidio rituale dei bambini da parte degli ebrei (p. 56). Perché questa sostituzione funzioni, è necessario che, tra i diversi significati, a volte contraddittori, dell’antisionismo prevalga quello consistente nella “negazione del diritto all’esistenza dello Stato di Israele nonché del progetto e della volontà di distruggere questo stato-nazione per sostituirlo con uno stato palestinese o uno stato islamico” (p. 10). Questo perché la causa palestinese è stata islamizzata, soprattutto, secondo l’autore, a partire dalla rivoluzione islamica iraniana del 1979 (p. 16). . Per Georges Bensoussan possiamo già vedere questo desiderio nel Gran Mufti di Gerusalemme, Amine al-Husseini, alla fine degli anni '1920. [5]Georges Bensoussan, Le origini del conflitto arabo-israeliano (1870-1950), Parigi, Humensis (“Che ne so?”), 2023, p. 35 mq.. Pierre-André Taguieff cita la Carta di Hamas del 18 agosto 1988 che pone la lotta dei suoi militanti sotto l'egida, in particolare, di Hassan al-Banna, fondatore dei Fratelli Musulmani: “Israele si solleverà e resterà al suo posto finché l'Islam non lo elimina, come ha eliminato i suoi predecessori. » L'autore cita più volte questo documento a sostegno della sua dimostrazione (p. 10, 39-42). Alcuni obietteranno che è stato modificato nel 2017 in direzione della mitigazione; ma basterà ricordare i fatti del 7 ottobre, nient’altro che i fatti, per dimostrare che, nello spirito e nei fatti, Hamas ha ancora come guida la Carta del 1988, che la volontà genocida del movimento non si è indebolita. ref Vedi https://www.mezetulle.fr/hamas-terrorisme-au-service-dune-visee-planetaire/[/ref].
In seguito a questo antisionismo, prese gradualmente piede un’inversione vittimistica e gli ebrei furono dipinti come nuovi nazisti. [6]Dopo il 7 ottobre, diversi commentatori hanno citato queste parole di Vladimir Jankélévitch, di circa cinquant’anni fa, alle quali non possiamo fare a meno di pensare qui: “L’antisionismo è un’incredibile manna dal cielo, perché ci dà il permesso – e anche il diritto, e perfino il dovere – di essere antisemita in nome della democrazia! L’antisionismo è antisemitismo giustificato, reso finalmente accessibile a tutti. È il permesso di essere democraticamente antisemiti. E se gli ebrei fossero essi stessi nazisti? Sarebbe meraviglioso. » (Vladimir Jankélévitch, L'Imprescriptible. Pardon? In onore e dignità, Parigi, Seuil, 1986).– accusati di aver perpetrato un genocidio nella Striscia di Gaza – i musulmani vengono quindi convertiti in… ebrei: ricordiamo questo senatore ambientalista in posa, durante la manifestazione contro l’islamofobia del 10 novembre 2019, accanto a persone che indossano una stella gialla (non una Stella di Davide poiché ha cinque rami) fiancheggiato da una mezzaluna gialla e sul quale non era scritta la parola "ebreo" ma "musulmano". L'antisionismo radicale degli islamisti, convergente con quello dell'estrema sinistra, ha avuto luogo a partire dagli anni '1960 "una lenta reinvenzione di una visione antiebraica del mondo, una delle caratteristiche principali della quale è quella di essere stata realizzata su terre di sinistra e soprattutto di estrema sinistra in nome dell’“antirazzismo” […]” (p. 15), un neo-antirazzismo che fa della causa palestinese la causa delle cause (p. 17). Grazie all’islamo-sinistra, concetto forgiato da Pierre-André Taguieff, una certa sinistra si è trovata a dover difendere un nuovo proletario, il musulmano – opportunamente essenzializzato per essere arruolato più facilmente. Il nemico è dunque l'islamofobia: armandosi di islamofobia, invenzione della Fratellanza che consiste nel squalificare ogni critica all'Islam stesso, la sinistra, un tempo anticlericale, riabilita il reato di blasfemia...
E quindi “lo sguardo dell’islamo-sinistra è altamente selettivo, in quanto si limita ad indignarsi di fronte a quello che percepisce come “estremismo di destra”, ritenuto “reazionario”, “razzista” e/o “fascista”. » (p. 18) Una vecchia procedura stalinista: chi non la pensa come me serve il nazismo. L'ideologia del risveglio è in tutto compatibile con l'islamo-sinistra che ne è anche uno degli elementi (i passaggi dedicati a Judith Butler, Médine, Dieudonné, la France insoumise, agli ecologisti... le grandi citazioni a sostegno, sono illuminanti per dire il meno). Lui regna nell'università e se il suo opuscolo fosse apparso un po' più tardi, Pierre-André Taguieff avrebbe senza dubbio menzionato i presidenti delle prestigiose università americane di Harvard, Penn State e del Massachusetts Institute of Technology (MIT), che hanno risposto lo scorso dicembre 5 ai membri del Congressional Education Committee chiedendo loro se invocare il genocidio degli ebrei costituisse una violazione dei loro regolamenti, che “dipendesse dal contesto”.
Poiché gli islamo-sinistra difendono una società multiculturale e multicomunitaria (p. 31), i loro avversari sono i repubblicani in quanto universalisti, fautori di un’istruzione pubblica laica, legati ad uno stato-nazione sovrano (articolo 3 della Dichiarazione dei diritti della L'Uomo e del Cittadino del 1789). Quindi questi repubblicani sono accampati come fondamentalisti, come identitari, facendo il gioco del lepenismo (e, da qualche tempo, dello zemmourismo)… “La criminalizzazione del secolarismo repubblicano è diventata un segnale di mobilitazione. » (pag. 30)
Il comunismo sta morendo, se non è morto, e gli intellettuali bisognosi di emozioni si stanno rivolgendo all’islamismo. Questo nuovo oppio “deriva da un piccolo numero di mitologie contemporanee, fabbricate sulla base di idee false o dubbie, persino deliranti” (p. 46). Secondo l'autore si possono individuare le componenti dell'odierna vulgata antisionista e pseudo-antirazzista, in numero di quattro componenti: in primo luogo la sostituzione dell'antisemitismo con l'islamofobia; poi, la confusione tra lotta all'islamismo e rifiuto dell'Islam; poi l'islamofobia considerata la causa principale dell'islamismo radicale; infine la demonizzazione di Israele e il suo corollario, la vittimizzazione dei palestinesi.
Pierre-André Taguieff ritiene che molti intellettuali francesi, ossessionati dall’islamofobia, dall’estrema destra, dal populismo, abbiano “ampiamente ignorato, trascurato o sottovalutato l’islamismo radicale, minimizzando il terrorismo jihadista attribuendolo a minoranze marginali – una grave contraddizione – e allo stesso tempo hanno distolto lo sguardo dall’ondata antiebraica portata avanti soprattutto dalla propaganda islamista e dai suoi collegamenti politico-culturali di estrema sinistra che si definiscono “radicali”” (p. 49-50). Resta il fatto che questa propaganda non ha solo infuso l’estrema sinistra sinistra e saremo tentati di qualificare la portata qui osservata del divorzio tra due sinistre. Se il socialismo belga offre una bella caricatura, la sinistra governativa francese ha da tempo abbandonato l’universalismo, il secolarismo, l’indivisibilità, l’assimilazionismo (e perfino l’idea di integrazione) e si è mostrata permeabile alla Fratellanza attraverso la “religione diversitaria” (Mathieu Bock-Côté), poi del wokismo. Resta questa sinistra che si posiziona in mezzo a due mostri: l’islamismo e l’estrema destra – le due mandibole di questa famosa “tenaglia identitaria” che avrebbero pari forza. Tuttavia, secondo Jean-Yves Camus, che dirige l'Osservatorio delle radicalità politiche della Fondazione Jean-Jaurès, “il movimento di estrema destra resta ridotto [in Francia] a circa 3 individui, progredisce molto poco a lungo termine. E né la RN né Reconquest hanno alcun interesse a demonizzare se stessi accogliendo al loro interno i radicali che, oltretutto, li trovano troppo cauti [7]Le Figaro, 28 novembre 2023. ". I promotori della tenaglia identitaria cedono dunque a quella che Lionel Jospin chiamava la commedia antifascista [8]“Durante tutti gli anni del mitterrandismo non ci siamo mai trovati di fronte a una minaccia fascista, e quindi tutto l’antifascismo è stato solo teatro. Ci trovavamo di fronte a un partito, il Fronte Nazionale, che era un partito di estrema destra, anche populista, a modo suo, ma non ci siamo mai trovati in una situazione di minaccia fascista e nemmeno di fronte a un partito fascista. » (Lionel Jospin, 29 settembre 2007, “Risposte”, France Culture.) ? Avremmo voluto che si parlasse di questo problema perché se, come nota Pierre-André Taguieff, gli ebrei hanno paura, dopo il 7 ottobre, se, dopo essere già fuggiti da Seine-Saint-Denis, "si preparano a fuggire dai “quartieri sensibili" “Dovunque in Francia, questi quartieri islamizzati sono diventati dei bersagli” (p. 56), non è a causa dell’estrema destra.
Senza dubbio i nostri intellettuali hanno difficoltà a liberarsi dei loro vecchi schemi esplicativi. Conformismo istituzionale, incapacità, paura dell'isolamento? Ma il loro dovere morale o, se vogliamo collocarci su un altro terreno, la loro responsabilità professionale è, in tempi difficili, forgiare nuovi strumenti per comprendere il mondo. Alcuni ci provano, primo fra tutti, da molti anni, Pierre-André Taguieff che, gettando una luce cruda sulla realtà, ci aiuta a “vedere meglio ciò che vediamo”, a decifrare ciò che sta arrivando e quindi ad armarsi intellettualmente. , moralmente e politicamente.