Riferimento bibliografico : Pierre-Henri Tavoillot, Vogliamo ancora vivere insieme?, Parigi, Odile Jacob, 2024, 406 p.
Pierre-Henri Tavoillot, delegato alla “laicità” per la Regione Île-de-France e membro dell'Osservatorio etico universitario, interviene Vogliamo ancora vivere insieme? ? un'analisi profonda e incisiva delle dinamiche di coesione e frattura che caratterizzano le nostre società contemporanee. In un momento in cui i ritiri identitari e le tensioni ideologiche sembrano compromettere i fondamenti stessi della democrazia, questo lavoro offre una riflessione di rara attualità su come ripristinare un’autentica convivenza. Strutturato in tre parti, combina una critica delle forze della disunione con proposte per ricostruire il legame sociale attorno a pratiche universali.
L'autore inizia mettendo in discussione i fondamenti della convivenza, interrogandosi sulle ragioni storiche e filosofiche che hanno portato le società umane a organizzarsi collettivamente. Identifica principi senza tempo – lealtà al passato, ricerca di libertà, armonia con la natura – che hanno plasmato le civiltà, ma che oggi sembrano indeboliti dall’individualismo moderno. Quest’ultima, sebbene liberatoria, minaccia i tradizionali quadri di unità, come la famiglia o la fraternità (p. 23-34). Tavoillot descrive una crisi di civiltà e autorità, in cui i parametri di riferimento collettivi vengono cancellati a favore di una “società di individui” (p. 37-42). Questa evoluzione, analizzata con precisione, riflette un paradosso al centro delle democrazie moderne: come preservare la base sociale che consente l'esercizio delle libertà individuali, rispettando queste ultime? L'autore pone così le basi per una riflessione che va oltre le consuete osservazioni per toccare l'essenza stessa della vita comune.
La seconda parte costituisce il cuore critico del lavoro. Tavoillot esplora le forze di disunità che frammentano le nostre società, concentrandosi in particolare sul wokismo, descritto come un'ideologia della discordia. Questo movimento, che egli percepisce come una radicalizzazione della lotta contro la discriminazione, è presentato come una modalità di ragionamento totalitario, interpretando tutta la realtà dal punto di vista del dominio (p. 142-144). L’Occidente appare come il “Grande Dominatore”, colpevole di tutti i mali – colonizzazione, patriarcato, capitalismo – e condannato al pentimento perpetuo (p. 142). Per Tavoillot, questa visione manichea alimenta un clima di polarizzazione e violenza simbolica, soprattutto attraverso annullare cultura, che distrugge invece di riconciliare (p. 143). Questa critica, per quanto severa, è supportata da argomenti solidi ed evita la trappola della caricatura. Smascherando le incoerenze del Wokismo – in particolare il suo silenzio sulle oppressioni non occidentali, come quelle esercitate in Cina o in alcune teocrazie (p. 144) – l’autore ci invita ad andare oltre la logica della vittimizzazione.
Questa riflessione critica è arricchita da un caso di studio: il caso Olivier Pétré-Grenouilleau. Quest’ultimo, storico riconosciuto, aveva suscitato polemiche distinguendo la tratta degli schiavi dai genocidi, sulla base di intenti diversi: sfruttamento da una parte, sterminio dall’altra (p. 216). Per Tavoillot, questa controversia illustra le tensioni tra storia e memoria, esacerbate dalle leggi della memoria che cercano di dettare una narrazione ufficiale. Denuncia la strumentalizzazione della storia per scopi politici, invocando un approccio scientifico e universale ai fenomeni storici. La schiavitù, ricorda, era una pratica diffusa ben prima e ben oltre l’Europa (p. 217). Questa prospettiva, lungi dal minimizzare le responsabilità occidentali, sottolinea al contrario l’importanza di un discorso imparziale per evitare le trappole della colpa selettiva.
Dopo questa diagnosi rigorosa, Tavoillot dedica la terza parte della sua opera alle vie di ricostruzione. Identifica pratiche universali che descrive come “sette pilastri della convivialità”: pasti condivisi, relazioni di coppia, trasmissione intergenerazionale, pratiche religiose, tra gli altri (p. 255-277). Questi pilastri, profondamente radicati nell’esperienza umana, sono visti come leve per ripristinare autentici legami sociali. Pertanto, il pasto, spazio di condivisione per eccellenza, è valorizzato come antidoto all’iperindividualismo e al separatismo alimentare (pp. 264-271). Allo stesso modo, la coppia e i figli non sono più visti solo come scelte individuali, ma come impegni che portano solidarietà. Quanto alla religione, spesso accusata di dividere, essa viene reintegrata in una prospettiva di pacifica convivenza grazie al secolarismo (pp. 353-369). Quest’ultima viene presentata non come fredda neutralità, ma come un quadro che consente di articolare la diversità e l’unità. Sebbene queste proposte possano sembrare ideali o astratte, rimangono comunque stimolanti nella loro ambizione di riconnettersi con la civiltà democratica. L’opera non si limita a dipingere un quadro oscuro delle fratture contemporanee. Brilla per la sua capacità di coniugare analisi critica e riflessione costruttiva. Tavoillot riesce a porre le domande giuste: cosa ci unisce ancora? Quali strumenti abbiamo a disposizione per superare le divisioni? Questo approccio rende Vogliamo ancora vivere insieme? un'opera essenziale, al crocevia tra filosofia, sociologia e storia.
Il successo di questo processo è dimostrato dalla risposta che ha ricevuto nei media e tra il pubblico. Articoli recenti, pubblicati su Le Monde, evidenziano l'attualità di questo lavoro in un contesto in cui la questione della convivenza è più che mai al centro delle preoccupazioni. Questi critici lodano in particolare la chiarezza pedagogica di Tavoillot e la profondità delle sue analisi. Al di là della diagnosi, il lavoro apre strade per reinventare una società in cui le libertà individuali non sarebbero sinonimo di frammentazione, ma troverebbero al contrario il loro significato in una rinnovata solidarietà.
Così, Vogliamo ancora vivere insieme? si presenta come un importante contributo al dibattito sul futuro delle nostre società. Attraverso una riflessione densa, critica e stimolante, Pierre-Henri Tavoillot ci invita a riconciliare l'individuo e la comunità, a riscoprire le virtù della civiltà e a ricostruire una convivenza che, lungi dall'essere un'utopia, rimane una necessità democratica.