Il Parlamento sarebbe potuto diventare il cavallo di Troia del transattivismo?

Il Parlamento sarebbe potuto diventare il cavallo di Troia del transattivismo?

Michel Messu

Sociologo-Professore universitario onorario
L'Osservatorio della Sirenetta ha criticato le iniziative parlamentari che favoriscono i procedimenti giudiziari contro i terapisti riluttanti alle transizioni di genere, citando il rischio di un'ideologia transattivista autoritaria sulla professione medica e sull'istruzione.

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Il Parlamento sarebbe potuto diventare il cavallo di Troia del transattivismo?

L'Osservatorio della Sirenetta ci aveva allertato: con il pretesto di rafforzare la lotta contro le aberrazioni settarie, la Commissione legislativa dell'Assemblea nazionale aveva introdotto disposizioni che apparivano come altrettanti mezzi legali forniti ai propagandisti trans denunciare i terapeuti che esitano ad accogliere le richieste di “transizione di genere” avanzate dai loro pazienti, anche se minorenni.

Ciò che, nel linguaggio senza senso anglo-americano corrente, viene chiamato “affermazione di identità” – intendendo una dichiarazione soggettiva, un discorso fatto dal paziente in relazione ai suoi sentimenti di identità sessuale – potrebbe, a condizione che il professionista non ascolti ciecamente, essere assimilato alla “terapia di conversione”, esplicitamente sanzionata dalla legge (art. 225-4-13 del codice penale derivante dalla legge del 31 gennaio 2022).

Ma a preoccupare sono soprattutto le nuove disposizioni relative alla legittimazione ad agire come parti civili delle associazioni che intervengono nel campo delle aberrazioni settarie. Non solo perché hanno previsto la rimozione dell’obbligo del consenso da parte della vittima di “terapia di conversione” quando si trova in una situazione di soggezione psicologica o fisica – cosa mai evidente da un semplice fatto di osservazione -, ma anche perché ciò ha ampiamente aperto la porta a manovre offensive e destabilizzanti da parte delle lobby pro-lobbytrans.

Tuttavia, sappiamo già come lobby di questo tipo non lesinano i mezzi per realizzare le loro opinioni. Michail Kostylev[1], in un’analisi puntualmente documentata pubblicata sul sito dell’Osservatorio delle Ideologie Identitarie, ci ha mostrato come sotto le spoglie – per così dire – di un collettivo di “sopravvissuti alla terapia di conversione”, #Nientedaguarire, alcuni attivisti LGTB+, gay e cattolici, avevano fatto di tutto per cercare di condannare la Chiesa cattolica attribuendole “atti di tortura” in quanto sosteneva la sua dottrina del “peccato” contro l'omosessualità. Le loro pressioni sui parlamentari, sostenute da campagne mediatiche, avrebbero quasi dato i loro frutti se non fosse stato per un’impennata del governo che ha percepito in extremis la probabile incostituzionalità della proposta di legge. Tanto più che detti casi accertati di tortura erano stati ricercati nelle pratiche di alcune sette evangeliche del Nord America. Ma questo non basterà a disarmare i nostri attivisti che riprenderanno le loro campagne mediatiche e la loro pressione sui parlamentari.

Si trattava quindi di una società simile quella con cui ci trovavamo a trattare con il disegno di legge discusso in Commissione. Sarà adottato dall'Assemblea nazionale il 14 febbraio 2024 dopo significativi dibattiti relativi in ​​particolare al suo articolo 4, il più controverso. La formulazione finale dissiperà i timori e tenderà addirittura a invertire l'incriminazione prevista a favore degli operatori cauti in materia di transizione di genere.[2]. Il testo viene ora inviato ad una commissione mista.

Se le speranze dei transattivisti possono essere state così deluse, resta il fatto che le loro capacità di azione appaiono illimitate e molto subdole. Perché questa volta non si trattava tanto di screditare la dottrina di un culto religioso quanto di sottomettere un settore professionale al dominio ideologico degli ayatollah della transitorietà. Si trattava niente di meno che costringere qualsiasi terapeuta, qualunque fosse la sua specialità, ad essere d’accordo con chi richiedeva la “transizione di genere” e a comportarsi puramente e semplicemente come un adulatore della “transizione”. Il che avrebbe senza dubbio costituito una grave violazione dell’etica medica, in particolare trasformando sempre più il “singolare colloquio” del medico con il suo paziente in uno sportello di servizio obbligatorio. Ma oltre a ciò, una forma di controllo totalitario della professione medica sarebbe stata istituita da quello che non è mai stato altro che un nucleo di attivisti totalmente egocentrici e largamente insensibili ai reali problemi psicologici dei pazienti che lamentano una “disforia di genere”.

Obbligare per legge un settore professionale ad adottare le pratiche più permissive nei confronti degli individui che dichiarano “disforia di genere” non può essere descritto altro che un atto autoritario. In questo caso si tratterebbe di un atto autoritario che risponderebbe solo ai desideri di un pugno di attivisti trans ossessionati dalle manifestazioni scandalose portate avanti dai loro omologhi nordamericani e non solo, mentre, sia da parte delle autorità mediche che da parte dei genitori dei bambini in età scolare, si pongono le domande più serie sugli effetti individuali e collettivi delle “transizioni di genere” che stati, come la Francia, facilitano se non incoraggiano tra le generazioni più giovani.

Sappiamo come, per rimuovere le barriere ideologiche che limitano la libertà degli individui di vivere nella fisionomia di genere che la loro disforia aveva rivelato, molti Stati hanno facilitato le conversioni di genere mediche e chirurgiche, in particolare all’interno delle cosiddette cliniche di transizione di genere. Da allora molti Stati hanno invertito la rotta perché non sempre le procedure etiche sono state rispettate e non sono stati accertati gli effetti benefici per i soggetti in transizione. Ancor di più, nel corso del tempo, il declino evidenziato dalle richieste di “detransizione” ha rivelato come le autorità pubbliche, come una frazione delle professioni mediche, abbiano agito in modo sconsiderato in questa materia, cedendo troppo facilmente alle sirene ideologiche degli attivisti trans.[3].

Sappiamo anche che sempre più genitori di scolari sono preoccupati di vedere questi stessi attivisti travestiti da educatori sessuali intervenire nelle scuole. L’educazione sessuale è infatti inserita nel Codice dell’educazione fin dalla legge del 4 luglio 2001 e una circolare del 2018 ne ha chiarito i contorni, tuttavia, affidandola ad associazioni o organismi privati ​​riconosciuti ma poco controllati, l’educazione sessuale dei bambini e degli adolescenti è diventata una porta per la propaganda trans a questo pubblico.

Se si aggiunge la forza d’urto degli influencer sui cosiddetti social network, si ottiene l’epidemia di richieste di transizione tra le giovani adolescenti che dubitano di come riusciranno a diventare donne equilibrate e soddisfatte nelle nostre società in preda alla “guerra delle appartenenze”. ” (sessuale e altri) che prende piede insidiosamente. Epidemia contenuta certamente, ma sufficientemente allarmante da indurre l'Accademia Nazionale di Medicina a pubblicare un comunicato stampa rivolto alla comunità medica “sulla crescente domanda di cure nel contesto della transitorietà di genere nei bambini e negli adulti” e ad avanzare alcune raccomandazioni in merito senso di prudenza, sostegno psicologico e sviluppo della conoscenza scientifica[4].

Capiamo quindi che le lobby trans stanno lavorando in tutte le direzioni per diffondere la loro ideologia arcobaleno targata LGBT+ e dichiarata “progressista ed emancipatrice”, non esitano a fare di tutto per rimuovere gli ostacoli quando compaiono o quando alcune istituzioni iniziano a contrastare le loro speranze.

È forse il timore di vedere gli ambienti medici rivedere più da vicino la propria pratica in questo ambito ed eventualmente formulare direttive più precise e chiare sul tema dei bambini e degli adolescenti potenzialmente “in transizione”, che ha raddoppiato l’ardore dei propagandisti? trans nei confronti dei parlamentari? In ogni caso, è chiaro che si cerca di accendere un controfuoco incoraggiandoli a considerare che eventuali riserve da parte di un medico o di un terapista di fronte ad una richiesta di transizione di genere, proveniente in particolare da un bambino o da un adolescente, deve essere considerata l’equivalente della “terapia di conversione”. Il Parlamento ha quasi sottoscritto questo strano capovolgimento semantico che ha rappresentato per la professione medica una minaccia di cause SLAPP, questi processi ripetuti che intimidiscono e paralizzano l'azione. Se avesse approvato le raccomandazioni della Commissione legislativa dell’Assemblea nazionale, avrebbe agito solo come un cavallo di Troia a favore delle lobby transattivisti.

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Michel Messu

Sociologo-Professore universitario onorario

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