Questo testo è apparso per la prima volta sul sito Telos-eu: https://www.telos-eu.com/fr/politique-francaise-et-internationale/laprs-7-entreprises-un-titanic-des-gauches -en-democrat .html
Il disastro del 7 ottobre non ha distrutto solo l'illusione dell'invincibilità di Israele, né quella di una possibile soluzione militare al conflitto israelo-palestinese. Ha anche messo in luce, visto da casa, un altro disastro: quello, nelle società democratiche, di una parte della sinistra, che è caduta nel sostegno diretto o indiretto ad Hamas, dal momento che il rifiuto di qualificare questo attacco “terroristico” alla ripresa di slogan che invocano apertamente la distruzione di Israele (come il famigerato “Palestina, dal Giordano al mare”), compreso l’argomento della “resistenza”, che macchia una delle parole preferite nella memoria nazionale.
E questo non è il caso, in Francia, solo di alcuni piccoli gruppi, come l’NPA (Nuovo Partito Anticapitalista) o il PIR (Partito Indigeno della Repubblica), ma anche di un partito debitamente rappresentato in Parlamento, e che addirittura affermava di poter vincere le elezioni presidenziali – vale a dire la LFI (La France Insoumise).
Un quintuplo disastro
Disastro: la lotta contro l’antisemitismo, che per lungo tempo è stato un importante indicatore della sinistra, è stata così abbandonata da persone che si dichiarano di sinistra. Se sappiamo da tempo che l’antisemitismo è “il comunismo degli imbecilli”, oggi comprendiamo che l’antisionismo è diventato l’anticolonialismo dei mediocri.
Disastro: anche la difesa della laicità si ritrova nel dimenticatoio, dal momento che queste persone che si dichiarano di sinistra preferiscono schierarsi dalla parte di un movimento politico che è diventato, con Hamas, sia militare che esplicitamente islamista. Questi cosiddetti attivisti di “sinistra” sono pronti a sostenere i peggiori bigotti purché vengano identificati come “dominati”, nella linea retta dell’islamo-sinistra – un termine opportunamente creato all’inizio degli anni 2000 da Pierre -André Taguieff[1]Lo ricorda in particolare in Il nuovo oppio dei progressisti: antisionismo radicale e islamo-palestinismo, Gallimard-Tracts, 2023.. Non dimentichiamo la dichiarazione scandalosa di Jean-Luc Mélenchon, il 12 novembre 2020, che giustificava così la sua partecipazione alla “marcia contro l’islamofobia” organizzata dalla defunta CCIF: “C’è in questo paese, fabbricato, alimentato da tutta una corrente delle idee, un odio verso i musulmani mascherato da laicismo. »
Disastro: la lotta per l’uguaglianza e l’emancipazione delle donne – ancora una volta un classico segno della sinistra – è dimenticata, annegata nella glorificazione di un Islam che è diventato, attraverso la grazia dell’inversione del vittimismo, sinonimo di lotta al dominio, anche quando condanna le donne musulmane a esistere nello spazio pubblico solo come zombie.
Disastro: in questo naufragio del Titanic della sinistra radicale è naufragata anche la lotta contro l’omofobia e la discriminazione legata all’orientamento sessuale – una causa che, però, appartiene anche al catalogo delle lotte della sinistra. Che l'omosessualità sia demonizzata dai fondamentalisti islamici, che gli omosessuali siano addirittura defenestrati nei paesi governati dalla Sharia, questo non sembra preoccupare gli attivisti LGBT. Hamas amichevole ", che non esitano a proclamare il loro sostegno ai loro potenziali carnefici come polli che corrono per mettersi sotto l'ala protettrice di KFC (Kentucky Fried Chicken).
Infine il disastro: mentre il sostegno alla democrazia è – o almeno dovrebbe essere – un pilastro della sinistra, una frazione di essa sostiene apertamente i regimi più autoritari, dispotici e antidemocratici purché si dichiarino vittime dell’unico paese democratico al mondo. il Medio Oriente (nonostante le politiche disastrose portate avanti da alcuni dei suoi leader, primo fra tutti quello attuale). Vittoria quindi dell’eterno ritorno al dogma stalinista del “il fine giustifica i mezzi”…
Come comprendere questo quintuplo naufragio di una parte della sinistra occidentale, avvenuto in modo così improvviso, così brutale, così spietato dal 7 ottobre?
L'iceberg del wokismo
Non era difficile, tuttavia, prevederlo. Perché questa svolta incondizionatamente filo-palestinese, che arriva fino al presunto sostegno a ciò che merita il nome di “islamofascismo”, si basa su due idee fondamentali. Il primo è il comunitarismo, che assegna in linea di principio ogni individuo a una comunità identitaria essenzializzata: qui, “gli ebrei”, senza distinguere tra ebrei per religione ed ebrei per origine o cultura; “gli israeliani”, senza distinguere tra ebrei israeliani e arabi israeliani; e “i palestinesi”, senza distinguere tra musulmani pii e coloro che si sono distaccati dalla religione, né tra coloro che sostengono i militari di Hamas e coloro che li detestano, né tra coloro che aspirano alla Jihad e coloro che aspirano alla democrazia –. senza nemmeno menzionare i cristiani e i drusi.
La seconda idea è quella di concentrarsi esclusivamente sulla coppia dominante/dominato, assegnando il primo termine a una cosiddetta “comunità” e il secondo a un’altra, ignorando allo stesso tempo che esistono diversi fattori di disuguaglianza. Ignorando, quindi, che ogni disuguaglianza non è riducibile al dominio; e ignorando, ad esempio, che un piccolo operaio ebreo ha poco peso rispetto all’erede di una grande famiglia palestinese, o che una donna musulmana è infinitamente più “dominata” nella propria famiglia di quanto lo sia suo marito fintanto che sta a Gaza è un membro di Hamas, che sfrutta spudoratamente i suoi concittadini, usandoli come scudi umani e dirottando gli aiuti umanitari a proprio vantaggio.
Vediamo quindi all'opera due concezioni regressive delle relazioni sociali: il comunitarismo, erede del clanismo e del tribalismo, e l'ossessione del dominio, fondata su un manicheismo infantile. Tuttavia è proprio la loro intersezione a costituire la caratteristica fondamentale di un fenomeno ben individuato da diversi anni nelle società occidentali: il wokismo, di cui ho mostrato gli aspetti preoccupanti dietro la sua facciata apparentemente progressista.[2]Vedi la fonte, evidenziandone in particolare i collegamenti con l'antisemitismo[3]Vedi la fonte.
Il disastro della sinistra dopo il 7 ottobre è quindi solo la punta dell’iceberg del wokismo, di cui alcuni di noi da diversi anni segnalano il pericolo[4]Vedi la fonte, nonostante la riluttanza di tanti nostri coetanei, paralizzati dall’idea che la legittima critica al wokismo li equiparasse alla destra trumpista – esattamente come, sessant’anni fa, una parte della sinistra era restia a denunciare i gulag per paura di essere stigmatizzati come “imperialisti”. Perché scegliendo di difendere incondizionatamente i “dominati” costituiti in “comunità” (palestinesi, musulmani, donne, omosessuali, neri, ecc.), l’ideologia svegliato inevitabilmente si dimentica di difendere non più i clan, ma i valori: il “campismo”, cioè la parzialità di un campo contro un altro, prende presto il posto della riflessione politica e morale.
È in questo naufragio del riferimento ai valori costituenti che già si realizzava l’avanzata del wokismo e, con esso, dell’islamo-sinistra.[5]Vedi la fonte – un naufragio portato alla luce dalla svolta sinistra della sinistra radicale, che si è così staccata dai valori fondanti della sinistra.
La guerra della sinistra
Kamel Daoud, però, aveva lanciato l'allarme una settimana dopo l'attentato: si tratta, ha scritto, di “una sconfitta per la causa palestinese” perché è “la conferma del messianismo antiebraico. Ora talebanizzata, la “causa” alimenta una giudeofobia rigorosamente odiosa”[6]Vedi la fonte. Di questa sconfitta che costituisce, nelle parole di Taguieff, la "jihadizzazione del conflitto israelo-palestinese", la sinistra filo-palestinese avrebbe potuto prendere atto, condannando fermamente una deriva barbarica che nessuna causa politica, per quanto giusta, può giustificare, e avere il coraggio di dire questa verità: Hamas è il peggior nemico del popolo palestinese. Avrebbe così dimostrato non solo lucidità ma anche, molto semplicemente, dignità.
Oggi però dobbiamo riconoscerlo: la sinistra radicale è indegna – indegna, in ogni caso, dei valori della sinistra. Ed è per questo che ho intitolato questo articolo “un Titanic sinistre ”, al plurale: perché “la sinistra”, ormai, non significa più molto. Sono rimaste solo le “sinistre”, in guerra tra loro, o almeno che dovrebbero dichiararsi chiaramente tali. La sinistra non si può più dire al plurale. E questa è una delle conseguenze maggiori del 7 ottobre nei Paesi occidentali, da Parigi ad Harvard, da Roma a Londra, da Madrid a Berlino.
La sinistra universalista, razionalista, laica, democratica, attaccata alla libertà di espressione e unita contro l’antisemitismo – questa sinistra non ha più nulla a che fare con una cosiddetta sinistra che disprezza questi valori, avendoli scambiati con il pensiero già pronto del wokismo, e che non fa altro che manifestare il suo odio per l’estrema destra per aprirle una strada con i suoi eccessi. Ecco perché la “sinistra radicale” non deve arrogarsi il monopolio della rappresentanza della sinistra, così come Benjamin Netanyahu non deve arrogarsi il monopolio della rappresentanza di Israele, e nemmeno Hamas deve arrogarsi il monopolio della rappresentanza della sinistra. riservarsi il monopolio della rappresentanza del popolo palestinese.
Ciò che il 7 ottobre ci avrà insegnato, in definitiva – ma dobbiamo ancora imparare seriamente la lezione – è che la sinistra può riconquistare la sua dignità solo tagliandosi risolutamente fuori dalla sua fazione radicalizzata. Dobbiamo questa rottura ai nostri ideali progressisti, così come lo dobbiamo a tutti coloro che in Israele si battono per una pace giusta e duratura – vale a dire, per la sopravvivenza del Paese.